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Da dove si parte per costruire un progetto in Appennino?

Da dove si parte per costruire un progetto in Appennino?

Un progetto come Cascina Barbàn, che Maurizio Carucci e Martina Panarese hanno avviato nel 2011 in Alta Val Borbera, sull’Appennino ligure-piemontese, è alla portata di tutti.

Siamo andati a trovarli per farcelo raccontare. Perché trasferirsi in questi luoghi, immersi nella natura e imbevuti di tradizioni e riti “a misura d’uomo”, è un sogno di tanti, ma si concretizza per pochi. Quelli che sanno come rispondere alla prima, fatidica, domanda:
da dove si parte per costruire un progetto in Appennino?

Trova il tuo angolo di paradiso
Maurizio ha deciso di avviare il suo progetto dopo alcuni anni di “bottega” nell’azienda agricola La Sereta della Valle Scrivia, dove ha imparato i rudimenti del mestiere del contadino. Per un anno e mezzo lui e Martina hanno battuto a tappeto l’entroterra ligure a bordo di una fiesta, alla ricerca del posto giusto. Quando ci si sono imbattuti – una borgata in pietra abbandonata nella frazione di Figino, Albera Ligure – lo hanno capito subito: il paesaggio era di una bellezza mozzafiato, nell’aria si percepiva un’energia magnetica. Lì, hanno poi scoperto, la gente del posto veniva in viaggio di nozze, “per stare bene, bere, alleggerire la vita”. Lì un tempo si faceva il vino. Sebbene non ci fosse luce, né acqua, né una vera e propria strada, se ne sono innamorati.

Armati di un grande spirito di adattamento
Martina e Maurizio ci hanno messo un anno e mezzo per radunare i proprietari dei ruderi e dei terreni, più di venti, e convincerli a vendere. In tutto l’Appennino, ma in particolare nel territorio ligure, la frammentazione delle proprietà è un tema spinoso per gli aspiranti ri-abitanti. Per chi non ha grandi capitali da parte, o famiglie che possano aiutare, una soluzione sono i vari bandi per progetti di riqualificazione nelle aree interne. Loro, invece, per partire hanno chiesto un finanziamento a Banca Etica. Per i primi cinque anni, Martina ha poi lavorato part-time a Genova, mentre Maurizio si dedicava al restauro della proprietà.
“Sono stati anni duri” dicono oggi con orgoglio.

Fotografia di Davide Greco

Diventa “uno del posto”
La prima reazione degli abitanti della valle, ci raccontano, è stata: questi in Appennino che vengono a fare? Dieci anni fa era ancora incomprensibile l’idea di tornare a vivere in territori dai quali quasi tutti se ne erano andati. Nel tempo, grazie a un’opera di “taglia-e-cuci” relazionale, portata avanti tra i tavolini dei bar della valle, “dove si parla in dialetto e si impara molto dagli anziani”, Maurizio e Martina si sono introdotti nella vita della comunità, mantenendo sempre un atteggiamento di apertura e ponendosi alla pari degli altri (pochi) abitanti. Il restauro e la valorizzazione delle vigne acquistate insieme alla proprietà è stato il principale veicolo di relazione, oggi celebrato da un vino, il Muetto, che è un’opera collettiva. Una varietà scoperta censendo i vecchi vigneti e registrata con un iter che ha coinvolto la collettività, i vignaioli, i ristoratori, ed è stato sostenuto economicamente da un crowdfunding, affinché questo vino appartenga d’ora in poi alla valle e ai suoi abitanti.

Ricordati che contadini non si nasce, si diventa
Presi dall’entusiasmo e decisi a rendere le vigne il centro della loro attività di contadini, all’inizio Maurizio e Martina hanno letto e studiato di tutto, dai manuali sul suolo ai mille parassiti delle colture. Poi hanno capito che forse era più utile una chiacchierata con gli anziani della valle, che di primavere lì ne avevano viste tante. “Il terroir del vino” – ciò che lega un vitigno al suo territorio e ne determina l’unicità – “si trasmette attraverso il racconto orale di ciò che è stato e di ciò che si è imparato negli anni”. Così hanno scelto di “restaurare” gli antichi vigneti, invece di piantarne di nuovi, e produrre un vino che contiene in sé una chiave di lettura per il futuro della Val Borbera, una spinta evolutiva “che immagini questi posti come non sono mai stati”. Così il loro Barbàn, una miscela di antiche varietà, coltivato e prodotto a mano con l’aiuto di Pietro e Maria-Luz (l’altra famiglia che forma oggi insieme a loro il piccolo collettivo agricolo di Cascina Barbàn) è venduto a 25 euro a bottiglia anche dal macellaio del paese.

Fotografia di Davide Greco

Costruisci un’alternativa: la tua
Paradiso Val Borbera è il collettivo che racchiude gli attori della valle, una ventina, che Maurizio e Martina hanno riunito intorno ad una visione: far crescere insieme, e in maniera sostenibile, la Val Borbera. Della comunicazione del progetto si occupano i giovani abitanti della valle. “Il paradiso non è per forza a migliaia di chilometri da dove si nasce o dove si cresce: spesso basta prendere qualche provinciale per arrivarci. E la Val Borbera è un paradiso. Non è l’unico, ma è un paradiso.” Un luogo che, oggi più che mai, può offrire a tanti la possibilità concreta di costruire vite diverse, alternative.

Tieni stretti i legami con la città
Trasferirsi in Appennino non significa abbandonare la città. C’è bisogno dell’uno e dell’altra. Maurizio e Martina non hanno mai sentito di averla lasciata: i primi tempi andavano a Genova per portare i prodotti dell’orto in un GAS (gruppo d’acquisto solidale), oggi invitano i proprietari dei ristoranti e delle enoteche della città a Cascina Barbàn, per capire meglio la storia dei loro vini, parlarne e raccontarli al meglio. La ricostruzione di una comunità viva in Appennino passa per i giovani, quindi inevitabilmente per l’offerta culturale: per questo d’estate in Cascina si tiene una grande festa, il Boscadrà, rassegna musicale, di ballo, teatro e tradizioni locali all’aperto. Un altro modo, tra i tanti, per essere contadini oggi – “che non significa solo stare chini tutto il giorno sui campi, può essere tanto altro”.

Chiunque può costruire un progetto come Cascina Barbàn. Certo, bisogna volerlo!

Chiudiamo Abitare, il secondo capitolo del Grande Trasloco, con due grandi ospiti: l’astrofisica Patrizia Caraveo, e la candidata al Nobel per l’insegnamento Lorella Carimali. Parliamo di viaggi spaziali, parità di genere in campo scientifico e di tutti quei territori che ancora dobbiamo esplorare per traslocare davvero nel futuro.


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