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Fabio Geda: educare (e raccontare) i ragazzi ai margini

Fabio Geda: educare (e raccontare) i ragazzi ai margini

“Un desiderio bisogna sempre averlo davanti agli occhi, come un asino una carota (…) è nel tentativo di soddisfare i nostri desideri che troviamo la forza di rialzarci, (…) se un desiderio, qualunque sia, lo si tiene in alto, a una spanna dalla fronte, allora di vivere varrà sempre la pena”.

Fabio Geda, scrittore ed educatore

Inizia così la storia di Enaiatollah Akbari, raccontata da Fabio Geda in “Nel mare ci sono i coccodrilli” (Baldini+Castoldi): con uno degli incipit più fulminanti che vi possa capitare di leggere. Il libro racconta l’incredibile viaggio che ha portato Enaiatollah in Italia, attraverso l’Iran, la Turchia e la Grecia. Qui ha trovato un posto in cui fermarsi: Torino, la città natale di Fabio Geda.

Geda è scrittore ma ha anche trascorso dieci anni della sua vita lavorando come educatore, e quando gli viene chiesto cosa ci sia in comune fra questi due mestieri risponde: l’arte dell’ascolto. Un’arte che è ancora più importante maneggiare con cura nel dialogo con le storie di vita dei più fragili: ragazzi in viaggio (come Emil, l’immaginario giovane protagonista di “Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani”, Feltrinelli 2014), giovani abitanti delle periferie.

Le periferie sono nel DNA del movimento salesiano, che Geda ha frequentato prima come allievo e poi come educatore. Lo racconta in “Il demonio ha paura della gente allegra” (Solferino, 2019), un libro che traccia il parallelo tra la Torino dell’Ottocento di Don Bosco e i territori di confine dove oggi si gioca, per tanti ragazzi, il diritto al futuro – dai quartieri marginali ai centri di accoglienza per migranti.

Mi sono chiesto dov’è oggi Don Bosco e la risposta è arrivata; è ovunque.
Una parte di lui è dove c’è chi si prende cura di un territorio e di chi lo abita, a partire dai più piccoli, dalla loro istruzione e del loro futuro lavorativo. Ovunque ci sia chi, sfidando le povertà e le fragilità proprie e altrui, a volte combattendo contro pulsioni di cui è responsabile senza essere colpevole, cerchi di sollevare lo sguardo verso un bene più grande. Ovunque qualcuno scelga di prevenire prima di dover curare.

Lo stesso sguardo curioso e attento nei confronti dei giovani permea la scrittura di Fabio Geda, e il suo approccio all’educazione. A lui, in dialogo con Marco Rossi-Doria, il neo-eletto presidente dell’impresa sociale Con i bambini, primo “maestro di strada d’Italia”, chiederemo come la scuola può uscire dalle classi per diffondersi sul territorio, e come ciascuno di noi “uomini e donne coraggiosi”, la società tutta, possa diventare “educante”, creando occasioni di aggregazione per i ragazzi.

Una società che faccia proprio un progetto don Bosco. Una società che laicamente si faccia cortile salesiano. Che accolga tutti e sia progetto comune di chi si ostina a restare umano: (…) Ecco, io la chiedo e la difendo una società così. Che sappia prendersi cura e annunci che tutto importa. Che diffonda e stimoli il sapere. Che non abbia paura della diversità. Soprattutto, che non arretri di fronte alla complessità.

Vi aspettiamo all’incontro “Abitare la scuola, abitare i confini” martedì 27 aprile, alle ore 18, in diretta qui sul nostro sito.


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