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I nuovi montanari, secondo Paolo Cognetti

Fin da piccolo avevo il sogno di gestire un rifugio alpino. Quassù questa idea si è intrecciata alla mia esperienza milanese dei circoli, dei centri sociali, dei luoghi di elaborazione culturale nati dal basso, autogestiti, partecipati. Nella mia testa le due idee hanno iniziato a formarne una sola: nel 2017, con i guadagni del romanzo, Le otto montagne, ho comprato questo posto. Ci sono voluti quattro anni per sistemarlo. Nel frattempo, in mancanza di un rifugio fisico, abbiamo fatto un festival, rifugio di idee, di persone, di relazioni: Il richiamo della foresta.

Paolo Cognetti, scrittore

Siamo saliti a 1.800 metri, in Val d’Ayas – un’ora e mezza di auto da Torino, due da Milano – per chiedere a Paolo Cognetti cosa significa, per lui, abitare un luogo. Le città che abitiamo in questi mesi hanno cambiato volto, il nostro abitare si è ridimensionato tra le mura domestiche, abbiamo tutti pensato, almeno una volta, di trasferirci, in una casa nel verde, in montagna, in un appartamento con balcone.

Ma la vita in montagna non è solo ampi spazi e libertà. Qualche anno fa Paolo ha deciso di venire a vivere parte dell’anno qui, in una borgata sopra il paese di Estoul, e ha scoperto persone, luoghi, modi di vivere più austeri e sobri, “che non significa una felicità più piccola”. Diversi da quelli di Milano, città in cui è nato e cresciuto, o New York, dove ha vissuto per diversi mesi.

Questo posto per me è stato, all’inizio, il luogo di un esperimento privato: un eremitaggio, un esperimento alla Thoreau. Volevo vedere se, come lui, riuscivo a vivere con poco per sentirmi più libero. Ho sperimentato la solitudine, il senso di isolamento, la distanza dal mondo: non credo l’eremitaggio possa essere una condizione definitiva, mi piace pensarla come un’esperienza, un’esplorazione.

Con il passare delle estati sono nate le prime amicizie, ed è arrivato il desiderio di trovare un lavoro, non sentirsi più turista ma abitante.

Per un paio d’anni ho lavorato in un ristorante qui ad Estoul, e ho visto cambiare qualcosa nello sguardo degli altri su di me: non ero più il ragazzo della baita, quello che arrivava ogni tanto e un po’ stranamente se ne stava qui per lunghi periodi, ma ero il cuoco del ristorante, uno del posto.

Poi è arrivato il desiderio di far evolvere questo luogo.

Una cosa che ho imparato vivendo nella periferia di Milano è che diventi abitante di un luogo quando senti l’urgenza di renderlo migliore, e quindi di diventare attore del cambiamento. Il posto dove sei non può essere solo il posto dove dormi, mangi, ti rifugi quando hai bisogno, ma il luogo in cui costruisci relazioni, e possibilmente lavori.
Questo accomuna la mia esperienza in città e quella in montagna: un vivere politico.

Paolo infatti ha vissuto le diverse anime di Milano, ed è particolarmente legato al quartiere della Bovisa. Si considera un attivista: per tanti anni è stato animatore di La Scighera, il circolo ARCI della Bovisa, e ha partecipato alla vita dei centri sociali e dei luoghi di cultura, oggi sogna che il suo rifugio diventi un luogo che dia la possibilità ad associazioni, studiosi, artisti e scuole di stare qui per un po’ e portare avanti i propri progetti. Un luogo che favorisca la creatività.

Il ritorno alla montagna non deve essere un ritorno al passato, ma al futuro.

Quando gli chiediamo cosa della vita in montagna porta in città, oltre alla fatica che si impara ogni giorno e al concetto di tempo scandito con un ritmo diverso, ci risponde “le relazioni”.

Qui c’è una qualità dei rapporti diversa: relazioni che non passano per i canali social o il telefono. Parlo di una verticalità di rapporti, rispetto a un orizzontalità che ci pervade: una rete di tante relazioni, per la maggior parte superficiali, che vanno poco in profondità. Qui vivo poche relazioni, ma che sono molto profonde. E questo penso di portarmelo anche in città.

La differenza la fa la comunità.
“Spesso in città le persone ci stanno perché costrette, perché ci sono nate o per lavoro o perché non possono spostarsi. Qui invece restare è una scelta. Le persone investono desideri, energie, la loro visione del futuro. Sono contente di stare dove stanno, e sono fiduciose: questo rende migliori i rapporti con gli altri”

Cosa gli risulta insopportabile della città?
“La centralità del denaro. La città è un posto in cui puoi vivere molto bene se hai soldi, ma male se non ne hai. In montagna invece la qualità della vita non dipende dal denaro, per tanti anni sono stato qui in povertà riuscendo a sentirmi libero, padrone del mio tempo.”

Di disuguaglianze legate al tema dell’abitare nei grandi centri urbani e nelle aree interne, e di diritto alla casa, abbiamo parlato con l’economista Fabrizio Barca.


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