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La vita di Paolo Cognetti tra Milano e una baita in Valle d’Aosta

Sono un estremista e quindi non ho scelto vie di mezzo, tipo andare ad abitare in una cittadina di provincia più vicina alle montagne: per me da una parte c’è Milano, dall’altra la baita in mezzo ai boschi.

Paolo Cognetti, scrittore

Paolo Cognetti è nato a Milano, in quarant’anni in questa città ha abitato le sue diverse anime. È cresciuto tra la Fiera e San Siro, una zona di confine tra la Milano borghese e quella popolare, un “non-quartiere”. Proprio per il desiderio di un quartiere vero a 25 anni si è trasferito alla Bovisa, ex periferia industriale, “calda, degradata, faticosa”, ma anche molto fertile di progetti e incontri. E infine a 40 ha avuto voglia di cambiare e si è spostato verso quello che una volta si chiamava Borgo degli Ortolani, e adesso Chinatown, in pieno centro, circondato dai negozietti cinesi, che “in fondo è ancora il Borgo degli Ortolani” – dice.

I posti che amo di Milano: uno su tutti è una strada, la Circonvallazione. Ci sono letteralmente cresciuto sopra, fa il giro della città e di tante case e ricordi e potrei passare le notti a girarla come la puntina di un disco. Poi i gasometri della Bovisa, la zona più selvaggia che io conosca a Milano, un parco segreto e proibito dove ho visto le lepri e i gufi, i rampicanti sui vecchi edifici industriali, e per anni sono andato quando volevo camminare in totale solitudine.

A trent’anni, in un inverno difficile, in cui non riesce a scrivere, si sente senza forze, sperduto e sfiduciato, decide di lasciare Milano per trasferirsi in una baita di montagna, a duemila metri. Va a Estoul, una piccola frazione di Brusson in Val d’Ayas, nella speranza di fare i conti con il passato e ricominciare a scrivere.
Inizia così la sua personale transumanza: una vita trascorsa per metà dell’anno a Milano e per l’altra metà in Valle d’Aosta, insieme al cane Lucky. Da una parte la città sfrenata, gli accenti diversi dei suoi abitanti, i suoi rumori incessanti, e dall’altra il silenzio profondo e doloroso della montagna, le camminate e la solitudine.

Il fatto è semplicemente che ho bisogni diversi e tra loro opposti, come tutti noi. Il bisogno di grandi spazi, di vivere vicino a un torrente, a un bosco, a un prato, il bisogno di camminare per qualche ora ogni giorno e di godermi quella fatica che mi fa stare bene, il bisogno di stare per un po’ da solo a leggere e scrivere, accendere il fuoco la sera, vedere fuori dalla finestra un capriolo o una volpe che passano. E poi quello, opposto, di vivere con le persone che amo, di andare al bar e in libreria, di andarsene in giro di notte e sentirsi in una grande città che non dorme mai.

Ad aprile di quest’anno siamo andati in Val d’Ayas, nei luoghi che hanno ispirato “Il ragazzo selvatico”, “Le otto montagne” (vincitore del premio strega nel 2017” e “La felicità del lupo”, fresco di stampa. Abbiamo chiesto a Paolo di declinare insieme a noi i tanti significati del verbo “abitare”.

Questo è il video dell’intervista a cura di Luca Martinelli.

Una cosa che ho imparato nella periferia di Milano è che se volevi abitare quel posto sentivi l’urgenza di trasformarlo in un posto migliore, e quindi di diventare attore del posto dove abitavi. Questo accomuna la mia esperienza in città e quella in montagna: un vivere politico.

A Estoul Paolo ha comprato una vecchia stalla, che gestisce collettivamente con un’associazione culturale chiamata Gli urogalli, senza scopo di lucro. Il desiderio è quello di incrociare due luoghi: il circolo culturale urbano, dove si fanno incontri, corsi, spettacoli, dove si va la sera a bere qualche bicchiere con gli amici, e il rifugio alpino di lunga tradizione.
Progetti impegnati nel raccontare i diversi modi di vivere la montagna, il desiderio di comprenderla e popolarla. Un’alternativa al modello della città, che però non è un luogo di isolamento, ma di resistenza e di vita comune.


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