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Più case popolari e rigenerazione delle aree interne: Fabrizio Barca racconta l’abitare del futuro

Più case popolari e rigenerazione delle aree interne: Fabrizio Barca racconta l’abitare del futuro

Ci si può sentire a casa anche sotto una tenda, durante un giro in montagna. Lì trovo conforto anche in mezzo alle intemperie.

Fabrizio Barca, coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità

Statistico ed economista, con una lunghissima storia di impegno pubblico alle spalle, oggi Fabrizio Barca è coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità, che lavora per modificare i meccanismi di formazione e distribuzione della ricchezza.
I titoli degli ultimi due libri di Fabrizio Barca raccontano molto del suo impegno per cambiare l’Italia. Sono “Un futuro più giusto. Rabbia, conflitto e giustizia sociale” (scritto con Patrizia Luongo, per il Mulino) e “Quel mondo diverso. Da immaginare, per cui battersi, che si può realizzare” (con Enrico Giovannini, per Laterza).

Lo abbiamo invitato a raccontare “l’Abitare del futuro” perché tra le priorità strategiche per lo sviluppo del paese da valorizzare nel PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) che il Forum ha presentato c’è la casa per tutti e tutte.

La casa è infatti una delle dimensioni di vita più profondamente segnate dalle disuguaglianze, di reddito, territoriali, di genere, e anche, in modo connesso, di accesso a servizi e spazi collettivi di qualità.

Nella proposta sul tema della casa del Forum Disuguaglianze e Diversità si parla di una casa che sia socievole. Cosa significa?

Durante la pandemia sui giornali abbiamo letto di condomini, in contesti marginali e popolari, in cui si era stabilito un rapporto tra vicini. Di persone che hanno lasciato il cibo sull’uscio della porta. O di anziani in difficoltà a cui è stato calato cibo all’interno di cestini, o che sono stati aiutati quando figli e nipoti non potevano più andare da loro. Abbiamo però anche letto di luoghi in cui questo non avveniva. Per noi la casa socievole è un edificio in cui, quando entri, stabilisci un contratto sociale, come nelle case popolari austriache. Non hai soltanto la lavanderia in comune, prendi un impegno: se hai una stanza in più, quando sarà vuota la darai al tuo vicino se gli servirà, oppure farai la spesa per lui o lei se ne avrà bisogno. Socievole è una parola inusuale, che può trasformarsi in politiche.

Dovremmo investire molto di più sulle case popolari.

Le case popolari servono ancora, serve meno costruire 250mila posti aggiuntivi. Migliorarne la gestione e trasformarle in un luogo temporaneo, però, è possibile solo se smettiamo di concepirle come il luogo dove va chi non può pagare più di 30, 40 euro al mese di affitto. Questo causa la mancanza di manutenzione, il degrado e le scorribande di chi nella notte se ne impossessa. Se noi rendiamo le case popolari accessibili anche a persone che non sono in condizioni di indigenza, giovani coppie che possono permettersi di pagare 250, 280 euro di affitto, creiamo un ambiente socievole.

Questa è un’idea di casa che “sconfina” dalle mura perimetrali.

I confini vanno oltre la casa, arrivano alla strada, alla piazza. Quando miglioriamo una casa, miglioriamo il paesaggio urbano per tutti. Proponiamo che venga prevista una spesa aggiuntiva che consenta ad ognuno di trasformare il miglioramento per se stessi in un miglioramento per tutti, facendone una leva di cambiamento della condizione urbana.

Nelle aree interne moltissime abitazioni sono abbandonate, e sappiamo che non basta restaurarle perché vengano ri-abitate.

Pensiamo al terremoto in Umbria: oggi L’Aquila sta per diventare la smart city più importante d’Europa, ma non basta. Noi abbiamo proposto che alcune delle case possano essere assegnate agli insegnanti, che nelle aree interne verrebbero più volentieri se gli dessimo una chance di vivere lì con la propria famiglia. Mi auguro che nella gestione di queste risorse finanziarie si dia un ruolo centrale alle strutture comunali, ai cittadini del territorio. Il cambiamento deve avvenire ascoltando il sapere delle persone.

Tra le proposte c’è quella dell’auto recupero edilizio, messa in atto a Messina dalla Fondazione di Comunità Messina.

Cinquantaquattro famiglie, più di duecento persone, vivevano in strutture fatiscenti, sotto l’influenza della criminalità organizzata, in territori devastati a suo tempo dal terremoto. Mettendo insieme soldi pubblici, della fondazione, un po’ di autofinanziamento e il loro lavoro, si sono ricostruiti le case. Quelle persone hanno lasciato dei luoghi mortificanti per andare in un luogo dove sono liberi: liberi dalla criminalità organizzata, liberi perché quella casa è costruita a loro immagine e somiglianza, liberi perché ci hanno messo la loro mano. Se è stato fatto a Messina, in quanti altri luoghi d’Italia potrebbe avvenire?

Per i giovani studenti fuori sede, la casa è sinonimo di libertà.

Il PNRR prevede un importante aumento dei fondi per le borse di studio. Questo è un passaggio fondamentale, uno dei modi con i quali risolvi il problema degli affitti: non li abbassi, ma dai ai ragazzi la possibilità di permetterselo e di scegliere liberamente l’università in cui vogliono andare, non necessariamente quella vicina a casa.

Per gli immigrati, spesso trovare casa rappresenta una difficoltà e al contempo costituisce uno degli elementi principali di integrazione.

Dove sono stati messi lontano dall’abitato, nell’albergo abbandonato, e magari vengono anche sfruttati, si determina una separazione con gli abitanti: la loro vita diventa terribile e nascono tensioni. Dove, invece, il loro arrivo ha rivitalizzato il luogo in cui tutti vivono, si è creato un rapporto molto positivo con la comunità.

Di sviluppo del territorio, questa volta però a partire dall’educazione, parleremo la prossima settimana con Fabio Geda, educatore e scrittore, e Marco-Rossi Doria, due volte sottosegretario all’Istruzione e maestro di strada nei quartieri marginali di Roma e Napoli, nell’incontro “Abitare la scuola, abitare i confini”: appuntamento martedì 27 aprile, alle ore 18, sempre qui sul sito.


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